Sì, il titolo è proprio per Lei, Valeria Piccini. Ancor più di tutto ciò che la attornia.
Ovvero Caino.
Ovvero quelle cucine, quei ristoranti, che - scomodo la Rossa - valgono davvero, ma davvero, il viaggio.
Un posto da meritare, lontano da tutto, a un'ora e più di curve da Orvieto (per chi viene da oriente), vicino solo a quel casermone per miliardari che accoglie le Terme di Saturnia (ma è possibile un approccio ben più affascinante e "nature" alle proverbiali acque sulfuree, grazie ai meravigliosi e selvaggi bagni liberi delle "cascatelle" lì, ad un passo).

Ma si diceva della cucina di Valeria Piccini.
In una ipotetica lista di piatti del cuore - insieme magari al risotto del Miramonti l'Altro (il nostro sogno ero (con la erre) gastronomico? Una vassoiata di risotto, un tovagliolo annodato attorno al collo, un mestolo di legno e una boccia assiderata di Krug Collection con 30 anni sulle spalle), al guanciale del Rigoletto, allo scampo zen di Uliassi, ai cucchiai della Madonnina, ai passatelli asciutti con tartufo e fuagrà del Symposium, ai dolci di Perbellini, all'80% dei piatti del più grande di tutti, e poco altro - l'antipasto di lampredotto e trippa, e la lepre con salsa di cacao e sangiovese, troverebbero degno posizionamento.

Una cucina, quella di Valeria Piccini, dell'"oltreforma", memore dei formalismi e delle tecniche, ma molto oltre.
Un cuore arcano addolcito da una tecnica sopraffina, che informa, senza formare, i piatti.
Il trionfo della cucina maremmana. E molti di più.
La sostanza e il "cuore" della trattoria con le finezze e le complessità del ristorante "grande".
Tutto il resto all'altezza (e ricarichi enoici ragionevoli).
Da amare.