Francesco Annibali
Consulenza Editoria Comunicazione per l'Enogastronomia

 

26/10/2008
La cucina sicula. Vista da un Sultano

Fino ad oggi il fico d’india non era propriamente il nostro frutto preferito.
Vuoi forse per le spine, o forse per il sapore che trovavamo sempre un po’ annacquato.
Stavamo giusto pensando questo, quando ci siamo trovati a grattare nel piatto le ultime gocce della crema di fico d’india, base di un delizioso cannolo siciliano accompagnato da una pallina di gelato alle mandorle. Semplicemente godurioso.


Era l’ultima tappa, purtroppo, di un viaggio in Sicilia, difficile da dimenticare ma facile da ripercorrere, anche se non sarà mai uguale, per fortuna.

E’ sufficiente ordinare un menu degustazione, di pesce nel nostro caso (120 euro), al Ristorante Duomo di Ragusa Ibla, fiabesca città del sud est siciliano. Città barocca ricostruita esattamente dov’era dopo il disastroso terremoto del 1693, mentre più in alto sorgeva la nuova e rampante Ragusa, e che conserva un fascino incredibile e regala situazioni suggestive, a cominciare dai 380 scalini zigzaganti che si devono percorrere per arrivarci dalla città nuova.




Un menu al Ristorante Duomo, quindi, per viaggiare attraverso la ricchissima storia e la violenta bellezza del territorio siciliano.

Trovarsi sulle colline arse dal sole e tempestate di fichi d’india, per le strade bianche a picco sul mare circondate dal finocchio selvatico, sui binari di una vecchia ferrovia circondata da melograni e mandorli, tra i mercati marinari con carretti carichi di gamberi, ricci, sarde, ma anche delle locali spatola o lampuga. Sapori e profumi della stratificata tradizione culinaria siciliana, sapientemente rivisti, ricombinati e attualizzati nel rispetto assoluto della propria identità.


Così si possono trovare, solo per citare alcuni piatti (il menu/viaggio è stato lungo e appagante, anche se il ritmo è stato forse un po’ troppo serrato), gamberi bianchi crudi con latte di mandorla, scampi crudi su riduzione di fichi di’india, un delizioso cucchiaio di polpa di ricci di mare e ricotta, filetti di triglia su finta pizza e crema di tenerumi e mozzarella di bufala, gli spaghetti con le acciughe e bottarga di tonno con crema di asparagi e ricci di mare, una classica e buonissima pasta con le sarde, con zafferano e finocchietto selvatico e la mollicata (muddica atturrata).

Per finire con il famoso cannolo e la piccola pasticceria, specialità dolci nelle quali i siciliani non sono secondi a nessuno. Le paste sono artigianali a base di farina di grani autoctoni.


La carta dei vini è imponente con le sue mille etichette (peccato non aver potuto fare una visita alla cantina), completamente esaustiva per ciò che riguarda la Sicilia. Depone a favore del ristorante la presenza in carta, oltre che di tutti i grandi nomi dell’industria vinicola siciliana oggi sugli scudi, anche dei piccoli vignaioli (Antonino Barraco, Alice Bonaccorsi, Arianna Occhipinti ma anche altri) alfieri coraggiosi di una enoviticoltura naturale di grande qualità. Da Marsala all’Etna.


Ben consigliato dal sommelier abbiamo accompagnato il menu con il Carjcanti 2005, un uvaggio di carricante e albanello prodotto dall’azienda agricola I Gulfi, della vicina Chiaromonte Gulfi. Un bianco deciso dal piacevole timbro sapido minerale e dalla spiccata acidità che allunga il finale pulito su gradevoli note ammandorlate.


Il Duomo si trova al piano terra del settecentesco Palazzo La Rocca, dichiarato dall’Unesco patrimonio culturale dell’umanità.

A conti fatti, crediamo sia legittimo includervi anche la cucina.


Maurizio Silvestri

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