Francesco Annibali
Consulenza Editoria Comunicazione per l'Enogastronomia

 

17/08/2008
Meditazioni agostane su un ristorante...irREALE - di Maurizio Silvestri

La prima domanda che ti fai uscendo dal ristorante Reale di Rivisondoli è come faccia a esistere un posto del genere sulla Maiella, nel cuore di uno splendido parco naturale dell’Appennino abruzzese, dove sarebbe più  logico  che prosperino rifugi e trattorie a base di pecorini, scamorze e salsicce?


La seconda è come faccia a sostenersi, visto che il 12 agosto a pranzo a tavola c’eravamo solo noi due e mezzo (io, la mia compagna e mio figlio), nonostante il paese fosse pieno di turisti che affollavano bar, boschi e piste ciclabili. 


Per tutte e due le domande la risposta è “non so”, ma entrambe sono inutili e senza senso dopo il piacere di esserci stati. E alla fine speri solo di poterci tornare, e di godere ancora come la prima volta.


Il locale è piccolo ma molto carino, arredato con uno stile essenziale, ma caldo e confortevole.

Il servizio è rapido, professionale e familiare allo stesso tempo (c’eravamo solo noi, va bene, ma la cordialità e la spontaneità sono doti innate nelle genti d’Abruzzo).
La scelta del menu degustazione ispirato alla tradizione abruzzese (cinque passi in Abruzzo) a 70 euri mi è parsa imprescindibile per capire, per ambientarsi.


E la risposta è stata perentoria, già a partire dal gustoso e insospettabile pancotto per finire al godurioso affondo del cucchiaio nella ricotta cannella e cioccolato.


In mezzo tutto il talento di Nico Romito, giovane chef abruzzese creatore del ristorante, nel dosaggio sapiente dei decisi sapori dei piatti forti d’Abruzzo (capra agnello e formaggi) resi soavi e mixati con naturalezza con erbe come dragoncello, menta, maggiorana e con le sempre graditissime verdure di stagione (il gelato di piselli  benvenuto della casa è una vera leccornia).


I finger di apertura e chiusura sono a livello dei massimi stellati nazionali, se non di più.


L'unico piatto sottotono a mio avviso forse sono state le tagliatelle al ragù di coniglio, semplici e apprezzabili. Ma senza verve.


Va bene, ma il vino? Anche qui scelta meditata ma d’obbligo (la carta dei vini meriterebbe più di una menzione)  sul Trebbiamo 2001 di Valentini, l’assaggio del quale da solo vale già un viaggio.


Semplicemente mostruoso.

Eleganza e potenza, grazia e sostanza (il paragone calcistico con Marco Van Basten è perfetto) condensati con uno stile unico, che definire aziendale mi pare riduttivo.


Forse non dovrei dire queste cose, i litri di assaggi del mio palato sono ancora troppo pochi, ma la bontà di questo vino è davvero infinita e il suo matrimonio con tutto il menu assolutamente naturale e pregevole (dolce a parte, chiaro, per la quale abbiamo optato per un calice di Plaisir rosso di Zaccagnini). 

Il frutto ancora fresco su un fondo da giardino officinale e fieno, in bocca si allarga prendendone letteralmente possesso per chiudere lunghissimo con il finale su note dolci. E più si è scaldato più il piacere è aumentato, una cosa che può succedere forse bevendo i  Meursault di Coche Dury.


Così, alla faccia della difficile beva dei vini di Valentini, dopo una bottiglia bevuta quasi da solo, me ne sarei fatta subito un'altra.

Ma ci fermiamo qui, a ricordare due ore assolutamente ben spese. E soprattutto la sensazione che dentro questo scrigno d’Abruzzo ci siamo ancora molti tesori da scoprire


 


Maurizio Silvestri


 


 

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