Ovvero: come disintegrare la credibilità di uno dei maggiori vini del mondo.
I miei lettori avranno forse letto negli ultimi giorni dei casi, totalmente separati e privi dunque della benchè minima correlazione (giova forse ricordarlo), delle sofisticazioni di alcuni vini di fascia di prezzo bassa (sotto 1,50 euro) e della "scarsa autenticità" di alcuni Brunello di Montalcino.
Ora, se del primo caso non mi voglio occupare - visto che cerco di parlare solo di vini di qualità, fermo restando il mio auspicio che i delinquenti farabutti che fanno una "cosa" (non so come altro chiamarla) con acido muriatico, ecc... paghino duramente - vorrei soffermarmi invece sul Brunello.
Questo dopo aver letto qui la proposta di Luca Maroni di liberalizzarne i disciplinari.
Sulla carta idea sacrosanta, per carità.
Nessun disciplinare, nemmeno quello del Romanée Conti, ha di per sè il diritto all'intoccabilità.
Però c'è un però.
Senza scomodare questo signore
(che è Popper), anch'io nel mio minuscolo credo che i mutamenti sociali ed economici debbano essere figli degli errori, e NON dei risultati azzeccati. Ora, se si chiedesse a 100 tra agronomi, enologi, giornalisti (di quelli preparati) quale sia il miglior vino producibile a Montalcino, il 100% risponderebbe Brunello.
Certo molti obietterebbero sui tempi e i modi di maturazione, ma nessuno, proprio nessuno, avrebbe nulla da dire sul fatto che l'uva migliore per il Brunello di Montalcino è il Sangiovese.
E allora, perchè permettere di aggiungere altri vitigni?
Liberismo? Non credo, e se si molto all'italiana.
O forse "condonismo"?
Ovvero questa stramaledetta cultura del condono, della toppa sopra la marachella, ipergarantista, che affligge la morale italica e che è più dura da debellare della fillossera?