Francesco Annibali
Consulenza Editoria Comunicazione per l'Enogastronomia

 

06/01/2008
Ma che senso ha parlare di terroir nello Champagne?

La domanda mi ronza in testa da tempo, e mi si è riproposta
assaggiando questo eccellente Champagne brut 1996 di Fleury*.

Se infatti in Borgogna il termine "terroir" ha un preciso significato
culturale, significato che informa i vari crus (lo Chambertin dà vini potenti e tannici, il Musigny regala grazia ed eleganza, eccetera), nello Champagne questo significato viene in larga parte perduto, per fare spazio ad un ben più cinico significato commerciale.

Tanto per essere chiari, in Champagne un vigneto è classificato Grand
Cru quando assicura una buona maturazione con una certa regolarità
(ricordiamoci che si parla sempre di viticoltura eroica), e non quando
offre precise caratteristiche sensoriali.

E come potrebbe del resto, visto che le particolarità, le unicità sensoriali
possono esprimersi solo con una uva ben matura?

Ovvio che tra un vino fatto nella Cote de Blancs e uno fatto nell'Aube
c'è una grande differenza, ma trattasi di macrodifferenze, e non di mini sfumature.

Tanto è vero che per fare qualcosa di unico occorre miscelare vini provenienti da territori differenti.

Tranne qualche rarissima eccezione (come il Clos du Mesnil di Krug ).





Il quale, a parte che mi sembra il meno interessante prodotto aziendale
(con enorme giovamento del mio portafoglio), conferma la regola.

Come tutte le eccezioni, del resto.




* Decisamente vinoso, unisce ad una grande opulenza da pinot nero
in legno perfettamente maturo un allungo minerale a dir poco impressionante.
Sconsigliato agli amanti degli Champagne da aperitivo.



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